IMG_0861Essere la figlia di un Militare! – di Valentina Resta

Da una ragazza non ti aspetteresti mai di sapere che preferisce il rumore del motore di un aereo a quello più rilassante dell’asciugacapelli, o che si emoziona guardando volare un TopGun invece del più romantico dei film, o che ti porterebbe ad uno spettacolo delle Frecce Tricolore piuttosto che ad un concerto del cantante preferito. Questa sono io. La maggior parte delle persone, leggendomi, penserebbe che sono una fissata, le rimanenti potrebbero intuire che forse c’è una spiegazione più semplice a tutto questo. Escludendo che non sono fidanzata né moglie di, rimane la categoria figlia di, che io completerei con MILITARE. Mi chiamo Valentina, ho 25 anni e sono una ragazza che ha cambiato due volte vita, lasciando tutto per abbracciare ogni volta una nuova esperienza, una nuova città, nuove persone.  Quando sei parte di una famiglia militare, impari a capire che il posto in cui abiti può essere tuo per sempre, oppure tuo per un po’, e devi essere sempre pronta a cambiare e ad adattarti. Il cambiamento fa parte del gioco, l’adattamento è la capacità che impari a sviluppare più velocemente di tutto il resto, anche se spesso vorresti opporti. Io mi ritengo fortunata per il fatto che mi sono dovuta adattare davvero una sola volta, anche se con risultati discutibili. Ricordo la mia infanzia trascorsa in un ambiente protetto, in cui tutti si conoscevano e in cui tutti erano la mia famiglia. Succede questo quando si abita in un villaggio vicino ad una base militare: si va a scuola con i figli dei colleghi, è normale vedere continuamente gente in mimetica, ascoltare l’inno d’Italia dalla finestra, il motore degli aerei in partenza, vedere dal balcone le luci della pista di notte, giocare a costruire con i tuoi amici “le basi” su un albero, aspettare Babbo Natale o la Befana che portano i regali scendendo da un aereo militare. E poi ci sono i momenti no: partenze e mesi senza vedere papà, capricci che finivano solo quando lui scendeva da quel treno che lo riportava a casa. E i giorni trascorsi così, con mamma che pensa alla famiglia e alla casa, che è forte per tutti quando papà non c’è, e con le amiche nella palazzina che fanno volare il tempo. Nel frattempo cresci e senti che è quello il tuo posto sereno e che niente può cambiare quel benessere.

Quando fai parte di una famiglia militare, c’è una piccola parola che può cambiare radicalmente la tua vita: trasferimento. A 16 anni ti ritrovi a svuotare la tua camera, insieme a tua sorella, mettendo le cose in uno scatolone. A 16 anni ti ritrovi a riunire i tuoi amici e le tue amiche per dire loro che “hanno trasferito mio papà e dobbiamo andare via”. A 16 anni la mia vita si è come fermata, congelata. Da quel momento in poi ho sentito di aver perso un pezzo importante di me stessa, della mia identità.

Nella nuova casa ti senti un’estranea e questa sensazione te la trascini ovunque. Ero arrabbiata con mio padre ma non potevo dirglielo, che colpa ne aveva lui? Volevo solo ritrovare me stessa e l’unica cosa che mi faceva veramente sentire a casa, in un paesino che mi era sconosciuto, erano i film in cui ci fossero degli aerei e delle divise. Partecipavo a qualsiasi evento in cui ci fossero persone che mi potessero ricordare quello che sentivo il mio ambiente.

Tutto questo mio vuoto ho cercato di riempirlo anche nel campo delle relazioni sentimentali: le mie amiche hanno imparato presto a non chiedermi più cosa facesse il mio fidanzato. Con rassegnazione, sapevano… Era un militare. Qualche relazione in cui speravo di ritrovare quel senso di benessere, senza accorgermi che quelle situazioni e quelle distanze mi stavano logorando di più.

Un giorno poi, ti svegli e capisci che è stupido andare alla ricerca di “quella felicità”. Fai una valigia e vai dall’altra parte dell’Italia per completare il tuo percorso di studi. Un giorno, ritrovi un cd con dentro un video creato tanti anni prima per un concorso intitolato “Il ruolo delle Forze Armate nella difesa dei diritti umani”. Lo guardi e pensi che potrebbe essere un bell’omaggio al lavoro dei nostri militari italiani e hai voglia di condividerlo. E la Presidentessa dell’Associazione di cui fai parte è contenta di questo gesto e ti chiede di scrivere un pensiero su questo  lavoro, fatto quando ero alle scuole superiori e che mi ha permesso di vincere il concorso in occasione della manifestazione “Security Expo” che si è svolto nella mia città.

Quando per caso ho scoperto l’esistenza dell’Associazione L’Altra metà della Divisa, ho avuto la sensazione di sentirmi di nuovo a casa,  in un luogo (non più solo fisico, un luogo nel cuore) dove ci sono persone che possono capirmi senza giudicarmi una “fissata”. Far parte di AMD per me oggi significa avere la possibilità di aiutare o semplicemente rendere più leggero il tempo delle Metà con i loro figli quando sono soli, aiutarli a integrarsi in nuovi posti come non ho saputo fare io, essere “una di famiglia” per tutti coloro che sentono di essere soli in queste nuove realtà.  Ringrazio chi mi ha dato fiducia e responsabilità e spero di contribuire in maniera positiva ai progetti di questa associazione meravigliosa.

Mi chiamo Valentina e sono orgogliosa di essere la figlia di un militare.